l'attività dei circoli
Nell’attesa relazione alla direzione nazionale del P.D. di oggi Walter Veltroni segua la linea indicata da Napolitano e non quella di Di Pietro.
Siamo da sempre rispettosi della Costituzione, del valore della legge,
della magistratura, della certezza della pena per chi delinque anche,
ovviamente, se politici o amministratori pubblici.
Come democratici non ci piacciono le “caste”, di ogni tipo, sociali, politiche, giornalistiche, affaristiche, di magistrati.
In questi giorni stiamo assistendo con preoccupazione e sconcerto ad
una escalation giudiziaria, che sembra coordinata, basata su
provvedimenti che, pur nel pieno rispetto delle indagini, appaiono
talvolta immotivati, spesso sproporzionati o spettacolari.
Non è un problema di parti politiche, oggi il P.D. ieri gli altri, è
una questione di cultura giuridica e democratica che è alla base dell’
“anomalia italiana”.
Non è possibile che un avviso di garanzia sia inteso come una condanna
definitiva, talvolta con effetti irrimediabili e drammatici, e non è
possibile un uso disinvolto dei provvedimenti cautelari, della custodia
e degli arresti, quando non ve ne sono i presupposti o sarebbe
sufficiente l’avviso di garanzia.
Il principio è che politici e amministratori devono essere indagati
serenamente e, se colpevoli, devono essere condannati ed analogamente i
magistrati che sbagliano per colpa grave devono rispondere dei loro
errori.
Queste condizioni di “normalità democratica” mancano in Italia e da tempo.
Ecco perché le riforme che oggi si definiscono “della giustizia” in
realtà sono di due tipi: ci sono le misure per l’efficienza del
servizio giustizia (accelerazione dei tempi processuali, riti, risorse,
organizzazione) e ci sono le riforme sull’equilibrio dei poteri, le
garanzie costituzionali. Sono due cose diverse, distinte, per quanto
vicine.
Sul primo fronte non mancano le proposte, spesso di antica data, o
anche nuove: riforma delle notifiche, riti alternativi, manager della
giustizia, processo telematico, eccetera.
Su questo tipo di riforme, per l’efficienza della giustizia civile e
penale, non è difficile intendersi, tra maggioranza e opposizione, non
mancano le differenze ma è possibile promuovere le convergenze, come
talvolta accade in parlamento, organizzando un’agenda condivisa.
Ma è sul secondo ordine di problemi, quello dell’equilibrio dei poteri
e della cultura delle garanzie, che invece è mancata finora la stessa
possibilità di dialogo.
Il P.D. infatti non dice nulla a riguardo, nega l’esistenza stessa del
problema, confonde (volutamente) i due piani. Affrontare questi temi
vuol dire innanzitutto riconoscere sul piano politico l’esistenza dell’
“anomalia italiana” e quindi occuparsi dei rimedi possibili, la riforma
della sezione disciplinare del CSM o la diversa composizione del CSM
con un terzo dei componenti di nomina da parte del Capo dello Stato per
ridurre il “correntismo”, una più seria legge sulla responsabilità
civile dei magistrati, un riequilibrio dei poteri dei pubblici
ministeri e una maggiore autonomia investigativa da parte della polizia
giudiziaria e, secondo la maggioranza, la separazione delle carriere o
l’elezione diretta dei procuratori (proposta dalla Lega).
Finché Veltroni e i magistrati suoi collaboratori nel P.D. non
accetteranno di aprire una riflessione e un dialogo serio su questi
temi nulla potrà cambiare.
Si rimarrà schiacciati tra la difesa oltranzista della “casta”
politica, sempre e ad ogni costo, e Di Pietro, Travaglio e le procure
esuberanti.
Ma per un democratico questa condizione è inaccettabile e se Veltroni
non lo comprende sarà travolto, con gravi responsabilità personali.
Mancano poche ore per lo showdown perché il caso del deputato
Margiotta, accusato di corruzione senza prove, merita una risposta
all’altezza del problema.
Senza una risposta di questa natura non solo il P.D. ma l’intero
sistema politico e istituzionale saranno ancora più deboli e inadeguati
a rappresentare e guidare il Paese in una fase difficile di crisi.


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