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l'attività dei circoli



19-12-2008
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VELTRONI SEGUA NAPOLITANO E NON DI PIETRO (di Pierluigi Mantini)

Nell’attesa relazione alla direzione nazionale del P.D. di oggi Walter Veltroni segua la linea indicata da Napolitano e non quella di Di Pietro.

Siamo da sempre rispettosi della Costituzione, del valore della legge, della magistratura, della certezza della pena per chi delinque anche, ovviamente, se politici o amministratori pubblici.

Come democratici non ci piacciono le “caste”, di ogni tipo, sociali, politiche, giornalistiche, affaristiche, di magistrati.

In questi giorni stiamo assistendo con preoccupazione e sconcerto ad una escalation giudiziaria, che sembra coordinata, basata su provvedimenti che, pur nel pieno rispetto delle indagini, appaiono talvolta immotivati, spesso sproporzionati o spettacolari.

Non è un problema di parti politiche, oggi il P.D. ieri gli altri, è una questione di cultura giuridica e democratica che è alla base dell’ “anomalia italiana”.

Non è possibile che un avviso di garanzia sia inteso come una condanna definitiva, talvolta con effetti irrimediabili e drammatici, e non è possibile un uso disinvolto dei provvedimenti cautelari, della custodia e degli arresti, quando non ve ne sono i presupposti o sarebbe sufficiente l’avviso di garanzia.

Il principio è che politici e amministratori devono essere indagati serenamente e, se colpevoli, devono essere condannati ed analogamente i magistrati che sbagliano per colpa grave devono rispondere dei loro errori.

Queste condizioni di “normalità democratica” mancano in Italia e da tempo.

Ecco perché le riforme che oggi si definiscono “della giustizia” in realtà sono di due tipi: ci sono le misure per l’efficienza del servizio giustizia (accelerazione dei tempi processuali, riti, risorse, organizzazione) e ci sono le riforme sull’equilibrio dei poteri, le garanzie costituzionali. Sono due cose diverse, distinte, per quanto vicine.

Sul primo fronte non mancano le proposte, spesso di antica data, o anche nuove: riforma delle notifiche, riti alternativi, manager della giustizia, processo telematico, eccetera.

Su questo tipo di riforme, per l’efficienza della giustizia civile e penale, non è difficile intendersi, tra maggioranza e opposizione, non mancano le differenze ma è possibile promuovere le convergenze, come talvolta accade in parlamento, organizzando un’agenda condivisa.

Ma è sul secondo ordine di problemi, quello dell’equilibrio dei poteri e della cultura delle garanzie, che invece è mancata finora la stessa possibilità di dialogo.

Il P.D. infatti non dice nulla a riguardo, nega l’esistenza stessa del problema, confonde (volutamente) i due piani. Affrontare questi temi vuol dire innanzitutto riconoscere sul piano politico l’esistenza dell’ “anomalia italiana” e quindi occuparsi dei rimedi possibili, la riforma della sezione disciplinare del CSM o la diversa composizione del CSM con un terzo dei componenti di nomina da parte del Capo dello Stato per ridurre il “correntismo”, una più seria legge sulla responsabilità civile dei magistrati, un riequilibrio dei poteri dei pubblici ministeri e una maggiore autonomia investigativa da parte della polizia giudiziaria e, secondo la maggioranza, la separazione delle carriere o l’elezione diretta dei procuratori (proposta dalla Lega).

Finché Veltroni e i magistrati suoi collaboratori nel P.D. non accetteranno di aprire una riflessione e un dialogo serio su questi temi nulla potrà cambiare.

Si rimarrà schiacciati tra la difesa oltranzista della “casta” politica, sempre e ad ogni costo, e Di Pietro, Travaglio e le procure esuberanti.

Ma per un democratico questa condizione è inaccettabile e se Veltroni non lo comprende sarà travolto, con gravi responsabilità personali.

Mancano poche ore per lo showdown perché il caso del deputato Margiotta, accusato di corruzione senza prove, merita una risposta all’altezza del problema.

Senza una risposta di questa natura non solo il P.D. ma l’intero sistema politico e istituzionale saranno ancora più deboli e inadeguati a rappresentare e guidare il Paese in una fase difficile di crisi.