l'attività dei circoli
Difende il Partito democratico, formato da «centinaia di migliaia di amministratori che sono persone perbene». Afferma di non accettare «lezioni di moralità» da Berlusconi. Non nega, però, che la questione morale sia diventata un nodo «centrale». Tanto che invita i magistrati a procedere, «con cautela», nelle loro inchieste. E assicura che «per i disonesti non c'è posto». Anche perché, ammonisce, «la crisi politica e morale pone un'alternativa secca: o innovazione o fallimento». Walter Veltroni, durante la direzione del Partito democratico, prova a tracciare la linea per superare la tempesta giudiziaria. «O aiutiamo il Pd a saltare nel futuro - è la sua sfida - oppure rischiamo di legarci ad un presente che la crisi precipita nel passato. Quanto sta accadendo in questi giorni determina in noi inquietudine, ma anche voglia di reagire». ...

RELAZIONE DIREZIONE 19 DICEMBRE
Disuguaglianza sociale. Il dramma più grande che l’Italia oggi sta vivendo è contenuto in queste due parole.
Disuguaglianza sociale. E’ questa la grande, moderna questione che si pone, oggi, di fronte a noi.
Colpevole non vedere, non rendersene conto. Imperdonabile non sentire
bruciante, sulla nostra pelle, per le nostre coscienze, il dovere di
offrire risposte a questa realtà.
La crisi finanziaria, esplosa nei mesi scorsi, è diventata recessione
economica e sta colpendo con durezza la vita delle persone, delle
famiglie, delle imprese.
Nel terzo trimestre di quest’anno il Pil è sceso dello 0,9 per cento.
L’Istat ci dice che il tasso di disoccupazione è arrivato al 6,1 per
cento e Confindustria stima che arriverà all’8,4 per cento nel 2009.
Settori cruciali del nostro apparato produttivo conoscono riduzioni di
ordinativi nell’ordine del 30 per cento rispetto allo scorso anno. La
caduta dei consumi e la stretta creditizia tolgono ossigeno alle
piccole imprese: tre su cinque stanno avendo difficoltà nell’accesso al
credito. Più di 300 mila lavoratori sono già in cassa integrazione: 58
mila in diversi stabilimenti della Fiat, 1.600 nelle sole acciaierie di
Piombino, e soffrono anche distretti forti della nostra economia come
quello delle ceramiche di Sassuolo e quello dell’occhialeria di
Belluno. Sempre Confindustria stima che la crisi distruggerà 600 mila
posti di lavoro.
“Io non renderei note queste cose”, ha detto ieri il Presidente del Consiglio.
Ma questi non sono solo numeri: sono storie, sono vite, sono famiglie
mortificate e in ginocchio, sono dignità ferite e speranze infrante. E
questa realtà il Presidente del Consiglio non può pensare di
cancellarla agli occhi degli italiani.
Alcuni di voi avranno letto, su Internet, i racconti dei ragazzi di 5
mila scuole italiane. Descrivono cos’è la crisi, con gli occhi di un
adolescente, mentre la vita continua, mentre si avvicinano le Feste di
Natale. Una di queste lettere descrive quello che succede in una
famiglia normale, semplice, onesta. Lo sguardo di una ragazza che cade
sui suoi genitori, seduti al tavolo della cucina. Il padre con la testa
fra le mani. La madre con lo sguardo preoccupato che prova a
consolarlo. Quelle due parole, “cassa integrazione”, percepite
distintamente.
E il racconto che prosegue: “papà non sembra consolarsi, dice di essere
un fallito, perché non è riuscito a dare tranquillità e sicurezza alla
sua famiglia. Si sente un fallito, perché ha caricato mamma di mille
preoccupazioni e, nonostante gli sforzi, con quel misero stipendio di
operaio che portava in casa, non si riusciva ad arrivare a fine mese.
Si sente un fallito perché non riesce a dare ai suoi figli un futuro
sereno: non può portarci al cinema o al ristorante, ma neanche
comprarci dei vestiti nuovi o una fetta di carne in più al posto delle
solite verdure. Mamma allora si siede accanto a lui, lo guarda negli
occhi e gli dice determinata e lucida: è lo Stato che ha fallito, non
tu; lo Stato che non riesce a dare benessere ai suoi cittadini e sta
producendo sempre più nuovi poveri”.
Il dramma è questo. La crisi sta colpendo un Paese fermo e
terribilmente diseguale, un Paese con le infrastrutture in ritardo e
senza mobilità sociale, sempre più diviso fra ricchi e poveri, fra chi
paga le tasse e chi no, fra pochi che per molto tempo hanno tratto
vantaggi dalle speculazioni finanziarie e tanti che anche per effetto
dell’avida ingordigia di questi pochi ora non arrivano alla fine del
mese.
Gli operai che faticano, che troppo spesso rischiano anche la vita per
1.200 euro al mese e che ora vivono con l’angoscia di arrivare in
fabbrica e sapere che si va tutti a casa perché la produzione si ferma.
I pensionati che devono calcolare come impiegare quel che resta della
loro pensione dopo aver pagato l’affitto di casa e le bollette e
decidere se eliminare qualcosa quando vanno al supermercato oppure
entrano in farmacia.
I ragazzi che, quando scadono i sei mesi passati al telefono a quattro
o cinque euro l’ora, sanno che nemmeno verranno avvertiti e
“licenziati”, perché semplicemente non verrà loro rinnovato il
contratto: si calcola possano essere mezzo milione, quelli che alla
fine dell’anno saranno in questa condizione.
Tutte quelle famiglie che sono state sempre considerate “ceto medio”,
ma che stanno diventando i “nuovi poveri” di cui si parla nella lettera
di quella ragazza. O che comunque sentono che possono facilmente
diventarlo: l’Italia è il paese europeo, seconda solo all’Ungheria, con
la percentuale più alta di persone (più di un terzo della popolazione)
che si sentono a rischio povertà.
La realtà nuova con cui tutti siamo chiamati a fare i conti ha insomma un nome: disuguaglianza sociale.
E noi, una forza come il Partito Democratico, non possiamo rispondere
che in un modo: facendo nostra, nei modi che sono di un partito
riformista e dell’innovazione, la lotta alle forme di questa moderna e
inaccettabile disuguaglianza sociale.
E’ proprio adesso che noi possiamo farlo, che il Partito Democratico
può e deve farlo. E’ il senso, la ragione, della nostra stessa
esistenza.
Nel momento in cui c’è un’emergenza da gestire, per attutire l’impatto
della crisi sulla società italiana. Ora che c’è da immaginare e
costruire il futuro, se si vuole evitare che l’Italia esca dalla
recessione più piccola, più sola e ancora più ingiusta.
C’è bisogno di molta e buona politica. Gestire l’emergenza, immaginando
e costruendo il futuro, richiede infatti la capacità e la volontà di
fare appello, in piena trasparenza, a tutte le energie del Paese.
Richiede spirito repubblicano, forte coesione nazionale, senso di
responsabilità diffuso, insieme al coraggio di decisioni difficili e
ambiziose.
Al governo, lo diciamo con rammarico, sono fin qui mancati sia il
coraggio dell’innovazione, sia la capacità di confronto: sul piano
politico e parlamentare, come su quello sociale e sindacale.
La destra appare più impegnata in una campagna elettorale permanente.
Il governo fa l’opposizione all’opposizione, piuttosto che governare il
Paese in un passaggio così difficile. Gli italiani se ne sono accorti e
hanno cominciato ad esprimere disillusione e preoccupazione.
In Abruzzo, il partito dell’astensione ha sfiorato la maggioranza
assoluta. E il nuovo presidente della Regione è stato votato da meno di
un quarto degli elettori. Non si contano i sondaggi che rilevano la
crescita esponenziale della propensione al non voto.
E’ evidente che l’angoscia per la crisi economica e sociale, insieme
alla caduta di autorevolezza, di credibilità morale della politica,
stanno aprendo una pericolosa voragine nella democrazia italiana.
Anche sotto questo profilo, il profilo politico e istituzionale, la
crisi sarà uno spartiacque. Non solo il volto economico, produttivo,
sociale dell’Italia, non solo il suo peso e il suo ruolo in Europa e
nel mondo: anche la sua fisionomia civile, la sua qualità democratica
saranno ridefiniti, usciranno radicalmente cambiati.
Potremmo ritrovarci in un Paese che non riconosciamo. Migliore o
peggiore: dipenderà anche da noi, da cosa decideremo di fare e prima
ancora di essere.
Sarà un paese senza il berlusconismo, che nonostante le apparenze è un
modello culturale, prima ancora che economico e politico, che
inevitabilmente volge al tramonto. E’ stato il nostro modo, il modo
italiano, di adattarci all’egemonia del pensiero neo-conservatore, che
ha dominato il mondo negli ultimi trent’anni e oggi è entrato in una
crisi irreversibile.
Il Partito Democratico invece è nato per abitare il futuro. Per essere
la vela con la quale l’Italia può prendere il vento nuovo: quel vento
democratico che oggi sembra essere l’unica energia che può portare il
mondo fuori dalla crisi.
Ma non possiamo dare nulla per scontato. Non basta un’intenzione, per
produrre un successo storico. Serve un’opportunità oggettiva,
un’occasione prodotta dalla storia. E serve anche una convinta
decisione soggettiva, che si traduca in una collettiva assunzione di
responsabilità.
Il Partito Democratico è nato sulla base di una sintesi tra continuità
e innovazione. Era inevitabile e forse anche saggio. Se oggi abbiamo il
PD, se oggi siamo il PD è perché culture politiche che hanno fatto la
storia del Paese, organizzazioni profondamente radicate nella società
italiana hanno deciso, con generosità e lungimiranza, di guardare oltre
se stesse, di pensare il futuro.
Ma la crisi economica e politico-morale che stiamo vivendo ci consegna,
oggi, un’alternativa, secca e drammatica: o innovazione, o fallimento.
O siamo capaci di accelerare l’innovazione – politica e programmatica,
ma più ancora radicando un partito nuovo – o rischiamo che il PD sia
travolto. O aiutiamo il Partito Democratico a saltare nel futuro, o
finiamo per legarlo ad un presente che la crisi sta precipitando nel
passato.
Questo è l’ultimatum che ci hanno inviato gli elettori abruzzesi. Con
l’astensione di massa, che non ha colpito solo noi, ma anche e innanzi
tutto noi. E con il voto all’Italia dei Valori, che come è stato
scritto è il sintomo e non la causa del nostro malessere. L’una e
l’altro, sono espressione di una protesta, dura, rabbiosa, e insieme di
un appello accorato, da parte dei nostri elettori.
Il bollettino quotidiano, che da ormai diverse settimane ci informa di
indagini o provvedimenti giudiziari nei confronti di nostri
amministratori o dirigenti, in tutta Italia e in particolare nel
Mezzogiorno, racconta al Paese di un Partito Democratico segnato da
opacità amministrative, compromessi morali, collusioni col malaffare.
Sappiamo che si tratta di un’immagine deformata e quindi ingiusta. I
nostri amministratori sono migliaia: migliaia di persone perbene, la
stragrande maggioranza delle quali regala alla collettività un servizio
in regime di volontariato, quando non ci rimette di tasca propria.
Al Paese voglio dire che il PD è un partito di persone per bene, di
amministratori straordinari, che sono un patrimonio per l’Italia.
Colpirli significa danneggiare quella cultura del buon governo e della
responsabilità etica che caratterizza il lavoro, la fatica e il rischio
di migliaia di amministratori italiani.
E tuttavia, non si può deformare, o ingrandire, qualcosa che non c’è.
Non sappiamo se ci sono elementi di prova a carico degli amministratori
e dirigenti politici indagati dalla magistratura. Per ciascuno di loro
vale, come per tutti, il principio costituzionale della presunzione
d’innocenza, fino alla eventuale condanna definitiva.
E la magistratura, lo diciamo in questo momento con la nettezza di
sempre, deve procedere nel suo lavoro senza che da nessuna parte venga
messo in discussione il principio della sua autonomia e indipendenza.
Quel principio che è la forza di una democrazia.
Per noi la questione morale è centrale. Lo è per il nostro elettorato,
lo è per ciascuno di noi individualmente. Per questo, quando si
affaccia, determina in noi inquietudine e voglia di reagire.
Sia chiaro: noi vogliamo più di chiunque altro che proprio gli
amministratori di centrosinistra siano i più attenti alle regole,
giuridiche e morali, che presidiano al loro lavoro. E dunque, se la
magistratura, in singoli casi, registra gravi anomalie, è giusto che
intervenga. Non siamo tra coloro che rispettano la magistratura e la
sua autonomia a seconda di chi è indagato.
Allo stesso tempo voglio dire questo: un magistrato ha nelle sue mani
uno strumento molto potente, che può distruggere la vita e la dignità
di una persona. E non penso solo ai politici o agli amministratori, ma
in primo luogo ai singoli cittadini.
Voglio essere sincero, perché lo sostenne il mio giornale, quando ero
direttore dell'Unità, al momento dell'arresto di Paolo Berlusconi: la
sottrazione ad una persona della sua libertà è uno strumento estremo,
da utilizzare davvero con grande equilibrio e attenzione.
Anche perché non si può ignorare il fatto che sul lavoro della
magistratura agisce la morsa di un sistema mediatico che finisce per
regalare nove colonne alla notizia di un'indagine e consegna a sole tre
righe quella del proscioglimento.
La magistratura ha un grande potere, al quale non può non corrispondere
una grandissima responsabilità. E un po’ come un medico che se sbaglia
un’operazione può segnare per sempre la vita di una persona.
E comunque, per noi, non c’è solo il codice penale. Non possiamo non
vedere come nel nostro partito si siano insinuati stili politici,
metodi di gestione della cosa pubblica, modalità di rapporto con la
società civile e di relazione con la sfera degli interessi privati,
assai diversi da quelli che devono essere nostri.
C’è la grande maggioranza degli amministratori di centrosinistra, che
hanno sempre ispirato la loro condotta a principi di trasparenza, di
competenza, di innovazione e su queste buone pratiche hanno basato la
loro popolarità tra i cittadini.
E tuttavia, da diversi anni a questa parte è cresciuta, attorno a tutti
i partiti, anche un’area grigia e paludosa, nella quale la trasparenza
è diventata opacità, la competenza professionismo politico e
carrierismo arrogante, l’innovazione gestione cinica di un potere fine
a se stesso.
La popolarità, in questi casi, ha lasciato il passo al disincanto e
alla delusione. E ci si è illusi di poter compensare questo deficit di
consenso con il rovesciamento del rapporto tra potere e consenso: non è
più il libero consenso dei cittadini che legittima il potere, ma è il
potere che viene utilizzato per acquistare il consenso.
E comunque, anche le ultime indagini dimostrano, se mai ce ne fosse
stato bisogno, che la questione della moralità della politica non
riguarda certo una parte sola. Noi la avvertiamo in modo
particolarmente bruciante perché la nostra cultura, i nostri valori, il
nostro modo di essere, quello di tutto il nostro popolo, mette la
legalità e l’onestà personale al primo posto, assoluta precondizione
del far politica.
Per altri non è certo così. E tutto si può accettare tranne le lezioni
che vengono da chi tra le sue file ha indagati per reati connessi alla
mafia e alla camorra. Da chi, mi riferisco al Presidente del Consiglio
e voglio dirlo senza alcuna concessione alla demagogia, ma per semplice
verità dei fatti, ha scelto di fronteggiare le sue vicende giudiziarie
varando una serie infinita di leggi ad personam.
E’ in funzione dei nostri valori che noi siamo estremamente severi con
noi stessi e promuoviamo la nostra stessa profonda innovazione.
Un partito ha pochi poteri di intervento su se stesso in chiave
punitiva e repressiva. Ha invece grandi responsabilità e possibilità
nella prevenzione di comportamenti illeciti, o comunque sbagliati.
Perché se organizziamo la nostra vita interna in modo da tollerare
fenomeni di malcostume politico, per quanto non penalmente rilevanti,
di fatto abbassiamo la soglia etica e creiamo le premesse anche per la
violazione delle leggi.
Il Partito Democratico è un partito nuovo, anche perché la prevenzione
del malcostume politico intende farla sul serio. Anche se questo
dovesse costare, nell’immediato, pagare dei prezzi in termini di
consenso elettorale.
Non ho nessuna paura, voglio essere chiaro anche in questo caso, di
perdere voti se questo significa combattere e sconfiggere quei fenomeni
di inquinamento che rischiano di avvelenare la nostra vita interna.
Per i disonesti non c’è posto nel Partito Democratico.
Verremmo meno alla nostra responsabilità, se pensassimo e se ci comportassimo diversamente.
Il Partito Democratico è nato per rinnovare la politica, per
restituirle dignità, credibilità, autorevolezza. Per liberarla da
queste degenerazioni: non per ereditarle, non per farle sue. Il Partito
Democratico fa parte della soluzione, non del problema.
Questo abbiamo detto ai cittadini italiani. Ai nostri elettori che
hanno affollato i seggi delle primarie il 14 ottobre dell’anno scorso e
poi ci hanno consegnato, pur nella inevitabile sconfitta nella
competizione sul governo, un partito del 33 per cento dei voti, il più
grande partito riformista che l’Italia abbia mai conosciuto.
Lo abbiamo detto ai nostri militanti, che hanno riempito il Circo
Massimo il 25 ottobre: per la prima volta in così tanti, per la prima
volta accomunati dalla stessa bandiera. Così abbiamo detto. E così loro
hanno capito.
Per questo, oggi, ci chiedono coerenza. Lo hanno fatto in Abruzzo. Lo
fanno in tutto il Paese, e noi dovremo dare loro la chiara percezione
che abbiamo scelto, in modo inequivocabile e impegnativo, la
discontinuità e l’innovazione: sul piano politico, su quello
programmatico, su quello della forma partito e della sua classe
dirigente.
Le crisi sono fasi di passaggio, dure e dolorose, dalle quali non si
esce mai come si era entrati: nelle forme e nei modi di produzione e di
sviluppo; nei rapporti di forza, sociali e politici; nei modelli
culturali, nella gerarchia dei valori.
Dalla grande crisi del 1929, si uscì, dopo la Seconda Guerra mondiale,
con un grande compromesso tra capitalismo e democrazia: una crescita
trainata dai consumi di una classe media in espansione, nella quale
entrava il mondo del lavoro, anche operaio; una forte compressione
delle disuguaglianze, grazie a politiche salariali generose e a forti
azioni redistributive pubbliche; la rapida espansione dello Stato
sociale.
Trent’anni dopo, negli anni Settanta, la crisi petrolifera e la
stagflazione hanno spinto l’Occidente a cambiare rotta: forti
investimenti in innovazione tecnologica, che innalzano la produttività
tagliando posti di lavoro e ridimensionando il potere contrattuale dei
sindacati; la classe media si assottiglia, le disuguaglianze tornano ad
allargarsi e l’ascensore sociale si blocca, anche per il
ridimensionamento dello Stato sociale.
Viene teorizzata l’autosufficienza del mercato e si afferma lo
strapotere della finanza sull’economia reale, con gravi conseguenze
anche per la democrazia, costretta a rinunciare a qualunque effettiva
sovranità sui flussi di capitale.
L’economia torna a crescere, ma a prezzo di gravi squilibri e forti
disuguaglianze: negli Stati Uniti, innanzi tutto, ma anche in una parte
dei paesi europei, tra i quali in primo luogo l’Italia, divenuta in
questi anni, dopo gli Usa, il paese più diseguale dell’Occidente.
Nel mercato globale entrano in campo nuovi protagonisti. Miliardi di
esseri umani, prima esclusi dallo sviluppo, rivendicano peso e ruolo.
Nel nuovo secolo, lo sviluppo si mostra tanto impetuoso, quanto
insostenibile: sul piano globale, per il divario crescente tra
l’indebitamento americano e il surplus asiatico; sul piano ambientale,
per le pesanti conseguenze sul clima del trasferimento del modello
occidentale ai paesi emergenti; sul piano interno, per l’impoverimento
della classe media, in particolare negli Usa, spinta ad indebitarsi per
la casa, la sanità, l’istruzione.
Lo squilibrio è stato sostenuto, in questa prima fase del Duemila, la
stagione della presidenza di George Bush, dalla “hybris” imperiale
americana, dal suo imporsi come unica iperpotenza globale, dalla sua
pretesa di dettare da sola, in modo unilaterale, con le armi o con il
dollaro, le decisioni riguardanti l’ordine mondiale.
Ma il pantano iracheno prima e la crisi finanziaria poi, hanno spezzato
l’illusione neo-conservatrice e hanno aperto la via ad una fase nuova,
ad un nuovo paradigma di pensiero, ad una nuova stagione politica.
In questo contesto, la scelta del popolo americano di affidare le
proprie sorti a Barack Obama è stata una straordinaria prova di
saggezza e di lungimiranza. L’America ha respinto la tentazione della
chiusura difensiva e ha deciso di scommettere sul cambiamento: su un
nuovo multilateralismo nelle relazioni internazionali; e su un nuovo
New Deal, sulla ricostruzione della classe media, su una nuova stagione
di uguaglianza sociale.
Obama, e con lui il Partito democratico, ha vinto perché ha puntato
tutte le sue carte sul cambiamento, sulla voglia, sul bisogno di
innovazione della società americana.
Ora è atteso dalla dura prova dei fatti. Sarà la storia a dirci se il
giovane presidente afroamericano, come tutto lascia sperare e
presumere, sarà un nuovo Roosevelt, la guida sicura di una fase di
cambiamento duraturo e solido. Per intanto, è toccato a lui aprire
simbolicamente una fase nuova, una “terza fase” dello sviluppo umano
contemporaneo.
Il binomio rappresentato dalla crisi economica e dalla vittoria di
Obama costituisce una formidabile occasione storica per i democratici e
i progressisti di tutto il mondo e quindi anche per noi italiani.
Nessuno di noi ha mai pensato che la vittoria democratica negli Stati
Uniti fosse una nostra vittoria, ma abbiamo colto in quel risultato una
straordinaria opportunità e anche una lezione, da apprendere e da
meditare.
Grazie alla crisi economica e al suo programma innovativo, Obama è
riuscito a cambiare in profondità i rapporti di forza politici nella
società americana, riportando i Democratici al primato sia alla Casa
Bianca che al Campidoglio, dopo una lunga stagione di predominio
repubblicano, solo attenuato con la presidenza Clinton.
Se ciò è stato possibile, è perché la crisi economica ha riportato in
primo piano il conflitto sociale, negli anni di egemonia repubblicana
messo in secondo piano dall’uso ideologico delle questioni inerenti la
razza, i valori tradizionali, la sicurezza interna ed esterna.
E’ come se la crisi avesse dissolto la nebbia che per tre decenni aveva
consentito e quasi imposto ai ceti popolari e alla middle class
americana di votare contro i propri interessi e a favore di quelli
della minoranza privilegiata, che vedeva ogni anno crescere i suoi
redditi e i suoi patrimoni e decrescere la pressione fiscale alla quale
era sottoposta.
La lezione americana ci dice che cambiare i rapporti di forza nella
società è possibile; che se è stato possibile nella società americana,
non c’è alcuna ragione insuperabile perché non possa esserlo anche in
quella italiana; che la condizione perché ciò avvenga è riportare in
primo piano, nella competizione politica, la questione economica e
sociale; e offrire ad essa uno sbocco realistico, attraverso una
proposta di forte innovazione politica e programmatica.
Questa è del resto per noi la “vocazione maggioritaria”. Non la
presunzione boriosa dell’autosufficienza, né la ricerca della
solitudine, ma la convinzione che i rapporti di forza elettorali, anche
nella società italiana, non sono un destino ineluttabile, ma possono
essere modificati, anche in profondità, se cambia l’offerta politica,
attraverso l’innovazione della proposta che rivolgiamo al Paese.
Non è vero, non è mai stato vero, che la società italiana è “di destra”
e pertanto ai riformisti, ai democratici, non resta che compensare, con
la manovra politica, con il gioco delle alleanze, la loro insuperabile
minorità.
Il Partito democratico è nato sulla base del presupposto contrario. Una
profonda innovazione politica e programmatica può cambiare, anche
significativamente, l’orientamento elettorale degli italiani.
Noi vogliamo far diventare il PD, alle prossime elezioni politiche, il
primo partito italiano. Vogliamo conquistare alla destra una parte dei
suoi consensi, costruendo una grande alleanza nella società italiana,
un'alleanza con il Paese.
E’ un cammino lungo e faticoso, quello che ci attende. Un cammino che
chiede a ciascuno di noi generosità, pazienza, tenacia. E anche una
certa dose di disciplina interiore. Ma è l’unico all’altezza delle
ragioni storiche che hanno portato alla fondazione del PD. E
soprattutto, l’unico adeguato alle necessità dell'Italia.
Lungo il cammino, costruiremo le necessarie alleanze politiche. Mai più
alleanze lunghe, eterogenee, costruite “contro” l’avversario e poi
incapaci di governare. Questa stagione l’abbiamo chiusa con coraggio
noi, l’ha chiusa il PD per sempre e il Paese non ha nessuna intenzione
di farsi riportare indietro.
E neppure dobbiamo nutrire nostalgia della stagione dell’alleanza tra
partiti “di sinistra” e partiti “di centro”. Non solo è un progetto
incompatibile col Partito Democratico, che è un partito di
centrosinistra. Soprattutto, è un progetto anacronistico, che considera
immutabile uno schema novecentesco che tutt’al più può sopravvivere a
se stesso, ma che certo non è in grado di esprimere alcuna potenzialità
innovativa.
Non c’è, da parte nostra, alcuna illusione di poter fare tutto da soli.
Ma le alleanze nuove che costruiremo saranno alleanze per l’innovazione
e il cambiamento, affidabili sul piano della tenuta alla prova di
governo. E saranno possibili solo se il Partito Democratico saprà
dimostrare capacità espansive, solo se noi non delegheremo a nessuno il
compito, che è innanzi tutto nostro, di modificare i rapporti di forza
politici nella società italiana, attraverso la messa in campo di una
proposta innovativa e credibile.
E' qui il punto di debolezza dell'Italia dei Valori, che alimenta
costantemente una polemica nei nostri confronti ma non si cimenta,
parlando di lavoro, di scuola o di immigrazione, con le sfide
dell'innovazione riformista.
Sento dire che dovremmo rompere con Di Pietro. Posso solo far presente
che già per tre volte in questi mesi, abbiamo esplicitato nel modo più
chiaro che in Italia ci sono modi diversi di intendere e di fare
l’opposizione: subito dopo il voto di aprile, quando Di Pietro ha
stracciato gli accordi presi prima delle elezioni sul gruppo unico,
quando noi non abbiamo partecipato alla manifestazione di Piazza Navona
e infine con una mia dichiarazione che è stata titolo di apertura dei
giornali.
Ciò non significa che a livello locale non si possano trovare, come
accade e accadrà con l’Udc e la sinistra radicale, delle convergenze su
programmi e buona amministrazione.
E comunque vorrei ricordare, per la memoria, che con lo stesso Di
Pietro che oggi fa un’opposizione diversa dalla nostra, abbiamo
condiviso un’esperienza di governo, e con non poche contraddizioni.
E’ giusto fare, forse, un ragionamento di fase. Silvio Berlusconi è da
quindici anni al potere. Otto come capo di governo, sette come capo
dell’opposizione. E’ l’uomo politico più “longevo” dell’ultimo
trentennio di storia italiana. E’ evidente che il Paese si trova nelle
condizioni in cui è, sua è una parte molto grande di responsabilità.
Ed è altrettanto evidente che se l’Italia sta così è anche perché le è
mancata una vera e coerente stagione riformista. Il nostro Paese non ha
conosciuto stagioni paragonabili a quella che la Gran Bretagna ha avuto
con Tony Blair o per il verso opposto da Margaret Thatcher, non ha mai
goduto dei benefici di quei cicli lunghi di governo che producono
ventate creative e innovatrici, che dinamizzano e modernizzano una
comunità nazionale.
Due volte si sono aperte possibilità di questo tipo: con il primo
centrosinistra e con il primo governo Prodi, ma entrambe queste
esperienze si sono interrotte bruscamente.
Berlusconi ha dimostrato e continua a dimostrare di non essere
all’altezza di questa sfida. Noi dobbiamo esserlo. Tutte le nostre
energie, intellettuali, morali, politiche, organizzative, devono essere
messe al servizio di questo compito storico, allo stesso tempo arduo e
affascinante.
Con la crisi dell’egemonia del pensiero neo-conservatore, può tornare
il primato della politica sulla forza, e dopo la crisi
dell’unilateralismo, torna ad affermarsi, come unica via possibile,
quella del multilateralismo efficace, del dialogo tra i popoli, per la
pace e per uno sviluppo equilibrato e sostenibile.
Si afferma, a partire dai pericoli per l’ambiente, la necessità di una
visione qualitativa dello sviluppo, che faccia della ricerca di nuove
tecnologie e di nuove fonti energetiche il settore trainante di una
nuova rivoluzione industriale.
Oltre la contrapposizione tra religione e ragione, si afferma l’idea di
una società post-secolare, nella quale il riconoscimento della
dimensione pubblica della fede religiosa, del suo apporto alla tenuta
dei legamenti sociali e alla vitalità della democrazia, si salda con
l’autonomia della politica e la laicità delle istituzioni.
Emerge, da questi segni dei tempi, tutta l'attualità del progetto del
PD, che è nato sulla base di un’intuizione culturale, prima ancora che
politica. Avevamo maturato la consapevolezza che il mondo nuovo che
stava nascendo metteva fuori gioco le vecchie culture, le tradizioni
politiche del Novecento, con le loro pretese di autosufficienza. E ci
provocava a cercare, insieme, un pensiero nuovo, nuove categorie per
leggere la storia e nuovi alfabeti per interloquire con essa.
Per questo ci siamo incontrati, donne e uomini che si erano formati
nella sinistra democratica come nel movimento cattolico, nell’area
laica e liberaldemocratica o a confronto con le nuove culture e i nuovi
movimenti della fine del secolo scorso. Quel che ci accomuna è una
visione umanistica della storia e della politica, sulla quale fondiamo
il nostro impegno per una società aperta, libera, eguale.
Noi, il PD, non siamo una federazione di vecchi partiti e neppure di
vecchie culture. Siamo un partito nuovo, impegnato nella definizione e
nella realizzazione di una comune, innovativa identità politica e
culturale: l’identità democratica, l’identità di un partito riformista,
di centrosinistra.
Ci sentiamo parte di una vicenda storica dell’umanità che va sotto il
nome di “Occidente democratico”. Siamo “europeisti” e siamo
“atlantici”. Non in maniera chiusa, esclusiva, difensiva, ma in maniera
aperta. Pensiamo cioè che quanto noi abbiamo scoperto nella terribile e
travagliata storia dell’Occidente lo stia scoprendo tutta l’umanità e
che gli altri popoli stiano percorrendo un cammino originale verso la
stessa nostra meta: la meta della democrazia, l’unico sistema
rispettoso della dignità di ogni essere umano.
C'è qui, per noi progressisti di tutto il mondo, la sfida di una
missione al tempo stesso antica e nuovissima: attraverso un nuovo
internazionalismo democratico, costruire le sedi e le regole di un
nuovo governo globale. Quel governo mondiale del quale parlò con
grande spirito anticipatore Enrico Berlinguer.
C’è la sfida di fare di una nuova stagione di lotta alla disuguaglianza
la leva fondamentale per l’apertura di una nuova fase di sviluppo
socialmente ed ecologicamente sostenibile.
Il PD è un partito europeista, che lavora al potenziamento delle
istituzioni comunitarie, sulla base di un’ispirazione federalista,
anche attraverso la costruzione di un vero sistema politico europeo,
che abbia nella competizione tra centrodestra e centrosinistra una sua
dimensione centrale e imprescindibile.
Oggi non è così. La Commissione europea è il risultato più degli
equilibri tra i governi nazionali, che di quelli emersi in seno al
Parlamento dal voto dei popoli. E lo stesso Parlamento europeo vive più
di consociazione tra i grandi partiti, a loro volta prevalentemente
cartelli di partiti nazionali, che di competizione tra grandi
schieramenti politici.
La nostra collocazione e il nostro ruolo in Europa sono definiti da due
punti fermi. Il primo è l'autonomia dell’identità “democratica” del PD,
irriducibile alle attuali famiglie politiche europee. Un’identità che
deve essere messa al servizio della costruzione di un grande campo di
centrosinistra in Europa. La seconda è il progetto di trasformazione
del quadro politico europeo, per il quale intendiamo batterci e attorno
al quale intendiamo costruire una rete di alleanze in Europa, a
cominciare dalla famiglia socialista. Così vogliamo essere: con la
nostra identità, ma non isolati.
La nostra vocazione maggioritaria, la nostra ambizione di modificare in
profondità i rapporti di forza nel Paese, attraverso la costruzione di
una nuova alleanza sociale, fondata sull’innovazione politica e
programmatica, ha come primo banco di prova la risposta da dare alla
crisi globale che sta sconvolgendo anche il nostro Paese.
Con il Lingotto e con programma elettorale, e poi con il lavoro del
governo ombra, abbiamo configurato proposte e valori di riferimento. Lo
dico perché uno dei nostri vizi è quello di pensare di dover sempre
ricominciare da capo con i programmi e l’identità. Invece abbiamo una
solida base.
Nello stesso spirito di innovazione, sapendo che questi temi e
l’innovazione del partito saranno ancora al centro della Conferenza
programmatica di marzo, voglio oggi avanzare una serie di altre
concrete proposte.
1 – Primo: una politica di bilancio espansiva, subito, adesso. La crisi
va affrontata dando una risposta efficace a chi perde il lavoro, alle
famiglie che non arrivano alla fine del mese e alle imprese che
soffrono. Ed è questo l’unico modo per farlo.
Tutti i governi stanno facendo così. Tutti meno uno: il governo
Berlusconi, in Italia. Che si ostina a ripetere che non c’è bisogno di
modificare il decreto di luglio. Il Pil cade, la produzione industriale
crolla, aumenta la disoccupazione, gli italiani stringono la cinghia e
riducono i consumi, ma tutto quel che c’era da decidere è già stato
deciso a luglio e ora bisogna lasciare perfettamente inalterati i saldi
di finanza pubblica.
Non si può fare diversamente, dicono gli stessi neofiti del rigore che
tra il 2001 e il 2006 hanno aumentato di due punti e mezzo di Pil la
spesa corrente primaria e che ora hanno appena buttato 3 miliardi e
mezzo di euro nell’azzeramento dell’Ici anche per i contribuenti più
agiati e altri 3 miliardi nel pasticcio Alitalia.
E invece si può e si deve cambiare, bisogna avere il coraggio di
innovare. I problemi dell’Italia sono profondi, non nascono con la
crisi. L’Italia non deve solo resistere alla recessione, deve tornare a
crescere.
Nessuno meglio di noi sa che la stabilità dei conti pubblici è un
valore. Siamo stati noi a risanarli e a portare l’Italia da subito in
Europa, quando altri pensavano solo ad alimentare uno sterile
euroscetticismo. E’ stato il primo governo Prodi, è stato un ministro
del Tesoro come Carlo Azeglio Ciampi.
Ma se è in corso una recessione, l’unico modo per tenere in ordine i
conti pubblici in prospettiva è quello di sostenere la crescita, e
dunque di aumentare ora la spesa pubblica, avviando contemporaneamente,
subito, quegli interventi di riqualificazione della spesa che
porteranno domani ad una sua riduzione. Sostenere ora il Pil richiede
anche la ripresa delle liberalizzazioni e di azioni coerenti di
politica industriale; tenere i conti in ordine impone di tornare a
contrastare l’evasione. Solo così potremo davvero non compromettere la
stabilità di lungo periodo della finanza pubblica.
Ecco la nostra proposta: per il 2009 si sostengano le famiglie, i
lavoratori e le imprese con misure pari a un punto di Pil, pari a 16
miliardi di euro.
Proponiamo di ridurre la pressione fiscale sui redditi da lavoro e
sulle pensioni, a partire dai livelli medio-bassi: 7-800 euro l’anno in
più per chi ha fino a poco più di mille euro al mese. Una misura non
una-tantum, ma permanente, in grado di dare un sollievo duraturo e di
contribuire a rilanciare i consumi.
Questo serve, anche alle nostre imprese. Alle quali lo Stato deve
garantire un sostegno per accedere a tutto il credito di cui hanno
bisogno e l’immediato pagamento per i beni e servizi che devono
arrivare dalla Pubblica Amministrazione. Tempi certi: quando si ha a
che fare con lo Stato, per le imprese, come per i cittadini, questo
deve essere un diritto, non solo un dovere.
Proponiamo poi una riduzione del prelievo Irpef sulla quota di salario
da contrattazione di secondo livello, in modo da favorire la crescita
della produttività e la sua equa redistribuzione. E proponiamo una
riduzione del prelievo Irpef sulle lavoratrici, dipendenti e autonome,
con figli. A parità di reddito, di prestazione di lavoro, di settore di
attività, il lavoro di una donna con figli deve essere fiscalmente
agevolato, e costare meno all'impresa, rispetto a quello di un
lavoratore maschio.
Le ragioni sono evidenti: se in famiglia lavora anche la donna, ci sono
spese per servizi di cura che altrimenti non ci sarebbero. E se
incentiviamo l’occupazione femminile, tutto il sistema ne trae
giovamento, perché la più grande risorsa per lo sviluppo e la mobilità
sociale è quella, oggi sottoutilizzata, rappresentata delle donne.
C’è un’evidente, fortissima connessione tra queste proposte in tema di
trattamento fiscale del reddito delle lavoratrici e quella che abbiamo
chiamato la “dote fiscale dei figli”: un robusto aiuto alle famiglie
che traduce in italiano, senza disincentivare il lavoro femminile, la
soluzione francese del “quoziente familiare”.
Questo deciso riorientamento “al femminile” del sistema fiscale e di
welfare può essere finanziato, almeno in parte, attraverso il graduale
e flessibile superamento dell’attuale differenza dell’età di accesso
alla pensione tra uomini e donne: una questione difficilmente
eludibile, dopo la sentenza della Corte europea di giustizia, che l’ha
definita come una discriminazione contro le donne.
La nostra proposta – al contrario di quella del Governo, che si limita
a prendere atto della sentenza per fare cassa – intende utilizzare
tutte le risorse liberate, per rafforzare il sostegno pubblico alle
donne stesse, favorendo ogni pratica di conciliazione e concentrando le
risorse nella fase della loro vita nella quale ne hanno più bisogno,
quella del triplo impegno: della maternità, del lavoro di cura e del
lavoro di mercato.
E se c’è da affrontare un grande forzo per sostenere lo sviluppo e il
tenore di vita della classe media e del mondo del lavoro, è giusto, ad
esempio, chiedere un contributo straordinario di solidarietà a chi,
manager e non solo, ha redditi superiori ad un milione di euro.
E’ venuto il tempo di cominciare a redistribuire davvero, da chi ha troppo verso chi ha poco.
2 – Seconda grande innovazione: un nuovo sistema universale di ammortizzatori sociali.
E’ una innovazione che risponde concretamente al dramma di milioni di
milioni di persone, donne e giovani su tutti, e che dà il segno di
quanto sia profonda la rottura col passato rappresentata dal riformismo
del Partito Democratico.
Per i lavoratori che sono tutelati dalla Cassa integrazione, questo è
un periodo difficilissimo, pieno di preoccupazioni sul futuro loro e
dell’azienda. Per tutti gli altri, è anche peggio. Per loro, la perdita
del lavoro è subito perdita di tutto il reddito.
Innovazione, per noi, significa allora superare quell’inaccettabile
dualismo nel mercato del lavoro per il quale ci sono lavoratori che
hanno tutele e garanzie e altri che ne hanno di meno o non ne hanno
affatto.
E’ come se all’Italia mancasse un intero pilastro dello Stato sociale.
Se in America manca la sanità pubblica, a noi manca la tutela del
reddito in caso di perdita del lavoro. Invece della flexicurity
europea, nel nostro Paese, per quasi metà dei lavoratori c’è il massimo
di flessibilità, senza alcuna sicurezza.
Innovazione, per noi, significa un sistema capace di sostenere tutti i
lavoratori, al di là del contratto, del settore e delle dimensioni
dell’impresa nella quale operano, nel momento in cui ne hanno bisogno.
Uniche condizioni: l’impegno per la riqualificazione professionale e la
disponibilità ad accettare un nuovo lavoro.
Proponiamo un sussidio unico di disoccupazione, che sostituisca gli
attuali istituti, che sia della durata massima di due anni, che sia
finanziato in via assicurativa e sia strettamente collegato a politiche
di formazione, di riqualificazione e reimpiego.
Accanto a questo, proponiamo l’introduzione di un reddito minimo
garantito, che contrasti la povertà anche tra chi lavora solo per brevi
periodi di tempo o tra chi non ha un lavoro da molto tempo. Un istituto
di welfare universale che esiste in quasi tutti i paesi europei e che
costituisce il completamento degli istituti di tutela del reddito.
Non si tratta, ovviamente, di togliere qualcosa a chi le tutele le ha.
Si tratta di dare a chi non ha. Si tratta di costruire un percorso di
inserimento nel mondo del lavoro che sia associato a un sistema di
tutele e garanzie.
Noi pensiamo a milioni di giovani, pensiamo alla loro vita, alle loro
aspettative, alla loro frustrazione e alle loro speranze. Ieri c’era la
mortificazione dei braccianti col cappello in mano, c’era l’alienazione
della catena di montaggio. La precarietà senza futuro è il volto
assunto oggi dallo sfruttamento. Il nostro riformismo non può chiudere
gli occhi di fronte all’eterno susseguirsi di lavori precari che non
conducono a nulla, di fronte all’inaccettabile prodursi di “vite di
scarto”, condizione comune di milioni di persone.
E’ questo il contesto nel quale si può cominciare a pensare e a
discutere apertamente, e certo è chiara a tutti voi la radicalità di
questa possibile innovazione, della sperimentazione di un contratto
unico, a tempo indeterminato, con tutela crescente nel tempo e con un
ben organizzato sistema di premi e penalizzazioni per l’azienda, volto
a favorire il consolidamento e la stabilità dei rapporti di lavoro.
Innovazione: di questo ha bisogno, come se fosse aria, il nostro Paese. Innovazione per costruire maggiore giustizia sociale.
3 – Terza innovazione radicale: fare dell’ambiente, della lotta ai
mutamenti climatici, delle politiche energetiche, una delle chiavi per
uscire dalla crisi.
Forse la prima delle chiavi. Lo ha capito Barack Obama, che ha
annunciato, per rilanciare l’economia americana, un piano di 150
miliardi di dollari in risparmio energetico e fonti rinnovabili, per
creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro.
Una “rivoluzione verde”, una “terza fase” della rivoluzione
industriale, che nasca da una nuova etica della responsabilità e che
poggi, per quanto riguarda l’Italia, sulle straordinarie carte che il
nostro Paese potrebbe giocare.
La “rottamazione” del petrolio, la fine della dipendenza dai
combustibili fossili, gli investimenti sulle fonti rinnovabili: questa
è la strada.
Il governo Berlusconi dimostra di non saperla e volerla prendere. Non
comprende, proprio non comprende, che spendere, in campo ambientale,
significa investire sul futuro. Ha distrutto, con un insieme di
correttivi devastanti per i cittadini e per le imprese, gli incentivi
al risparmio energetico per le abitazioni introdotti dal governo Prodi.
Si è nascosto dietro alla comprensibile preoccupazione dei settori
produttivi più esposti ai venti della crisi per cercare inutilmente di
mascherare il suo ennesimo “euroscetticismo”: questa volta sugli
obiettivi del 20-20-20 per le fonti rinnovabili, il taglio di emissioni
di CO2 e l’efficienza energetica.
Noi proponiamo che l’Italia imbocchi con decisione la strada
dell’innovazione, della ricerca, della diffusione delle fonti
rinnovabili. Si devono moltiplicare, e non eliminare, gli incentivi per
le famiglie e per molti settori della nostra impresa che vogliono
entrare o già si muovono in questo campo. Un campo vasto e fertile, che
ha confini larghi. Penso ad esempio agli elettrodomestici,
all’illuminotecnica, alla modernizzazione delle tecnologie per
l’edilizia. Penso al settore dell’auto, e nel complesso a quanto si può
fare per un eco-ricambio del parco circolante a livello di mezzi sia
privati che pubblici.
4 – Quarta sfida di innovazione: una radicale e condivisa riforma della scuola, dell’università e della ricerca.
E’ bene che dal governo ci sia stato un netto passo indietro da parte
del governo, anche grazie al nostro ruolo e alle migliori ragioni
avanzate da un movimento civile che ha coinvolto genitori, ragazzi e
insegnanti. I tagli però restano, mentre gli altri paesi europei
proprio qui fanno grandi investimenti. E con i tagli restano la nostra
preoccupazione e le nostre critiche. Insieme ad una consapevolezza che
non ci ha mai abbandonato: scuola, università e ricerca non vanno bene
così come sono, ma hanno appunto bisogno di innovazione.
Nella scuola e nell’università è il cambiamento, e non la conservazione, la frontiera dei riformisti.
Selezione e valutazione, questi sono i principi che ispirano le nostre proposte.
Senza selezione e valutazione, senza merito, i migliori finiscono per
risultare sempre gli stessi: quelli con famiglie facoltose alle spalle,
quelli con i contatti giusti, e magari quelli disposti a qualche
compromesso di troppo con la propria coscienza.
C’è un muro di conservazione che va rotto, abbattuto. Proponiamo che
l’Italia si doti di un sistema di valutazione, nazionale e
standardizzato, dei livelli di apprendimento degli studenti di
elementari, medie e superiori. Solo con un grande esame su scala
nazionale, gestito da valutatori esterni alle scuole e corretto in modo
centralizzato, si potrà poi perseguire efficacemente il duplice
obiettivo di premiare i capaci e i meritevoli e di individuare gli
studenti, gli insegnanti, le scuole in difficoltà, con lo scopo di
aiutarli. Solo così si potrà valutare il contributo netto di ogni
scuola e di ogni docente sui risultati degli studenti, tenendo conto
della qualità in entrata e delle condizioni socio-economiche delle
famiglie. E sulla base di obiettivi chiari e di una reale autonomia,
sarà finalmente possibile indirizzare le risorse verso le realtà che lo
meritano.
L’autonomia è la condizione per dare fiducia ai giovani. E’ forse
venuto il momento di discutere se non si debba investire con più
coraggio sulla consapevolezza dei ragazzi di sedici anni, che devono
poter partecipare con le loro scelte alla definizione del loro piano di
studi. Noi dobbiamo, dentro gli ambiti formativi definiti, permettere
che i giovani seguano le loro passioni e i loro interessi,
responsabilizzandoli costantemente. Dobbiamo investire su di loro,
avere cura e attenzione per il grande tema della condizione sociale e
psicologica dei ragazzi italiani. E a questo proposito, è giunto il
momento di riconoscere ai ragazzi di sedici anni il diritto di voto
alle amministrative. Responsabilizzazione, questa è la chiave, perché
oggi si smette di essere bambini e si diventa giovani molto prima di un
tempo.
Autonomia e valutazione, anche per l’università: proponiamo una
valutazione periodica di università e dipartimenti, attraverso gruppi
di esperti, anche internazionali, che giudichino la qualità della
ricerca e delle pubblicazioni. Sulla base di queste valutazioni sarà
assegnata ai migliori una parte cospicua delle risorse.
Il ministro Gelmini, facendo anche qui un passo indietro, ha annunciato
l’obiettivo di portare al 30%, nel medio periodo, la quota di
finanziamento delle università pubbliche basata sulla valutazione della
ricerca. Bene. Lo si faccia davvero e con rapidità, con criteri davvero
rigorosi e in modo indipendente. Di più: lo si faccia privilegiando il
migliore 25% dei dipartimenti di ogni settore disciplinare.
E’ un circolo virtuoso, che si deve innescare. Premiare le migliori
università porta le università a puntare sui migliori. E così, al di là
delle regole che verranno scelte per i concorsi universitari, si potrà
sperare di ridurre al minimo i problemi di localismo, clientelismo o
nepotismo.
5 – Quinta grande innovazione: mettere finalmente sui giusti binari le politiche per il Mezzogiorno.
Le politiche del governo Berlusconi stanno letteralmente saccheggiando
le risorse dedicate al Sud e puntano a riproporre, al posto della buona
pratica degli incentivi automatici, l’intermediazione della politica
locale e nazionale. Le cifre sono impressionanti: nel 2009, a fronte di
6 miliardi originariamente appostati nel Fondo per le Aree
Sottoutilizzate, le effettive disponibilità sono state dimezzate per
finanziare spese di parte corrente, che trovano i loro destinatari
prevalentemente al centro-nord. E ancora prima era stato cancellato il
credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno.
Ci vogliono risorse aggiuntive e ci vuole una coraggiosa battaglia per
la legalità. Non si può lasciar solo quel vasto movimento di
imprenditori, artigiani, commercianti del Sud che si battono contro il
pizzo e le estorsioni delle mafie e hanno bisogno di buona politica
come dell’aria da respirare. Della politica che dà certezze e non
dispensa favori.
Due, per noi, sono le strade da seguire per battere l’ideologia della
dipendenza e promuovere la cultura della legalità e l’etica della
responsabilità, senza le quali il Mezzogiorno non potrà mai diventare
quella risorsa per il Paese e innanzi tutto per se stesso che oggi non
riesce ad essere.
Proponiamo di concentrare i fondi destinati al Mezzogiorno su pochi
grandi obiettivi di carattere infrastrutturale e sovraregionale, a
cominciare dalla mobilità e dalle grandi reti idriche.
Proponiamo di prevedere una sorta di “vincolo esterno” nazionale, che
promuova l’utilizzo ottimale delle risorse pubbliche ordinarie, per una
progressiva qualificazione dei servizi pubblici e una progressiva
riduzione delle spese di autorganizzazione della pubblica
amministrazione.
E’ esattamente per questi motivi che il Mezzogiorno non deve temere
l’ondata di responsabilità derivante da un federalismo ben pensato:
fondato sui criteri di vera autonomia impositiva, solidarietà
collettiva e non bilaterale, riferimento ai costi standard e non ai
costi storici. Ed è proprio in nome dell’interesse del Mezzogiorno e
non solo delle legittime aspirazioni delle aree forti del Nord, che
abbiamo deciso di presentare in Senato un nostro organico disegno di
legge sull’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione e di aprire,
a partire da esso, un confronto serrato con la maggioranza.
Del capitolo riforme discuteremo approfonditamente nella Conferenza
programmatica di marzo e prima ancora nel convegno su Piero Calamandrei
che terremo a febbraio. Cominciamo qui da almeno due tracce di riforma.
Primo: la riduzione dei costi della politica. La politica deve costare
di meno. Costano troppo le campagne elettorali, costano troppo gli
apparati istituzionali, costa troppo il personale politico. Costa
troppo il sistema delle imprese pubbliche, a cavallo tra politica ed
economia, sia a livello nazionale, sia soprattutto a livello regionale
e locale. Su questo siamo pronti a un confronto trasparente e di merito
col Governo, al quale chiediamo, se ne è capace, di uscire
dall'attuale, colpevole inerzia.
Noi siamo favorevoli a interventi incisivi: da una significativa
riduzione del numero dei parlamentari, alla trasformazione del Senato
in sede del confronto sulle decisioni legislative che attengono
all’equilibrio tra istituzioni centrali e autonomie regionali. Fino
all’abolizione dei consigli d’amministrazione nelle società pubbliche
che gestiscono i servizi locali e alla loro sostituzione con
amministratori unici e collegi di revisori.
Secondo: il nodo delle leggi elettorali, che non si può considerare
risolto solo in virtù delle scelte adottate dal Partito democratico
nelle elezioni di aprile. Con le leggi attuali, il ritorno a un sistema
frammentato è sempre dietro l’angolo. Ed è evidente che il livello di
sfiducia dei cittadini verso la politica è destinato a crescere se si
insiste sulla strada dei listoni bloccati.
Dal nostro punto di vista, le preferenze non sono la soluzione ideale,
anche se è preferibile che siano mantenute laddove, come per le
elezioni europee, altre soluzioni sono di fatto precluse. In tema di
europee, continuo a pensare che si debba trovare un equilibrio nel
senso della difesa delle preferenze e dell’introduzione di una soglia
di sbarramento per evitare la frammentazione.
La strada maestra, almeno per quanto riguarda l’elezione del
Parlamento, è comunque il ritorno al collegio uninominale, nel quadro
di un sistema che, come avviene nell’esperienza francese, spinga ad
aggregazioni tra forze omogenee e consenta agli elettori di scegliere
da chi vogliono essere governati.
Non abbiamo preclusioni di principio, qualora si dovesse realmente
avviare una discussione nel merito, alla luce del sole, per migliorare
la legge vigente, a prendere in esame soluzioni subordinate. Dovrebbe
tuttavia trattarsi di subordinate che abbiano virtù simili alla
principale, che cioè consentano ai cittadini al tempo stesso di
scegliere i candidati al Parlamento e di decidere la maggioranza di
governo.
Continuiamo a ritenere che la legge elettorale attualmente in vigore
per il Parlamento sia una mostruosità da superare ed anche in questo
caso dobbiamo sfidare la destra sul terreno dell’innovazione.
Il Paese deve poter uscire da una eterna e logorante campagna
elettorale. Può servire anche un’altra radicale innovazione: una sola
tornata elettorale amministrativa, comuni, province e regioni insieme.
Magari a metà legislatura, una sorta di elezioni di mid-term.
Per quanto riguarda la riforma della giustizia, quello che sta
accadendo con le inchieste della magistratura sulla politica, lo
ripeto, non fa cambiare la nostra posizione, né in un senso né
nell’altro. Il ministro ombra Tenaglia ha presentato al governo un
pacchetto di proposte elaborato nel corso di una riuscita conferenza
nazionale del PD.
Sono proposte ispirate ad una maggiore efficienza della macchina
processuale, soprattutto nei confronti dei cittadini e delle imprese.
Proposte concrete e innovative. Penso solo al problema della lentezza
della giustizia. Abbiamo detto: valutazione sistematica, benchmark,
responsabilità. Quanto guadagnerebbe, in civiltà e in crescita
economica, il nostro sistema economico e sociale, se tutti ti tribunali
d’Italia funzionassero coi tempi del Tribunale di Torino? Se si è
riusciti a Torino, perché non si può riuscire altrove?
Proposte concrete e innovative. Come quando in campagna elettorale
presentammo una proposta sulle intercettazioni telefoniche che
prevedeva che i magistrati possano avvalersi delle intercettazioni per
tutti i reati ma che nulla di questo possa finire sui giornali,
violando fondamentali diritti. E questa proposta, lo voglio ricordare,
fu allora sottoscritta anche dall’Italia dei Valori.
Insieme al merito delle questioni, abbiamo indicato una metodologia
innovativa: le riforme della giustizia non si fanno contro i
magistrati, come vorrebbe il governo, o contro gli avvocati. Si fanno
ascoltando, si fanno con un confronto di merito, basato non su dei
pregiudiziali sì o no, ma su soluzioni concrete. Se si riuniscono le
parti sociali per discutere delle pensioni, non si vede perché non
debbano essere coinvolti i protagonisti di un settore fondamentale come
la giustizia quando è della sua riforma che si deve decidere.
Un tavolo che duri sessanta giorni, al termine del quale il governo
decida, ma dopo aver lavorato insieme al mondo della giustizia e se lo
riterrà anche con l’opposizione. E’ la nostra proposta, che si muove
nel solco tracciato dal Presidente Napolitano che noi vogliamo seguire:
distinzione tra governo e opposizione nel confronto politico, e ricerca
della possibile convergenza sui grandi temi di interesse nazionale.
L’innovazione politica e programmatica è una condizione necessaria per
modificare in profondità i rapporti politici nella società italiana e
corrispondere alla nostra vocazione maggioritaria. Ma non è condizione
di per sé sufficiente.
Le idee migliori appariranno scritte sull’acqua, se non potranno
disporre di un soggetto politico collettivo in grado di dar loro gambe
per camminare nella società, nella politica, nelle istituzioni.
Anzi, quanto più ambiziosa è la portata innovativa del nostro
programma, tanto più diventa cruciale la capacità del partito di
rappresentare, suscitare, organizzare attorno ad essa un consenso largo
nella società, attraverso la forza della sua organizzazione, la
credibilità dei suoi gruppi dirigenti, lo spessore democratico della
sua vita interna.
Un partito affidabile è un’organizzazione abitata e guidata da persone
credibili, che ispirano fiducia: per la loro trasparenza e onestà, per
la sobrietà del loro stile di vita, per la loro competenza, per il
loro impegno appassionato.
La credibilità morale di un partito è un bene inestimabile, che è
facilissimo perdere e faticosissimo riconquistare. Dar vita ad un
partito nuovo non è facile, non è mai stato facile, tanto meno quando
si tratta di unire forze diverse. Ma oggi siamo ad un passaggio
critico, che può essere decisivo per il Partito Democratico.
L’urgenza immediata, in questo momento, è quella di recuperare fiducia,
la fiducia dei nostri elettori nei riguardi del Partito Democratico.
Cominciamo con l’applicare con ferma intransigenza il nostro Codice
etico, che prevede un robusto elenco di incompatibilità, di conflitti
d’interesse, di garanzie, che possono anche essere rafforzate,
prevedendo ad esempio la non candidabilità di persone che, a giudizio
di una magistratura interna, abbiano compiuto atti che pur non essendo
penalmente rilevanti, recano pregiudizio alla credibilità morale del
partito.
Un’altra buona regola è quella del ricambio dei gruppi dirigenti, che
deve essere frequente e continuo. Oggi è una vera e propria urgenza. Se
vogliamo consolidare il PD, dobbiamo lavorare in modo impegnato, corale
e convinto, per creare le condizioni per un forte avvicendamento con
una nuova generazione di dirigenti.
Il successo delle nostre iniziative di formazione politica, a
cominciare dalla scuola estiva di Cortona, che ha visto la
partecipazione impegnata ed entusiasta di mille ragazze e ragazzi, sta
generando non solo un sistema di formazione diffuso, quale non si
ricordava da decenni nella politica italiana, ma un vero e proprio
movimento di rinnovamento culturale e anche generazionale del partito,
fondato non più sull’incontro tra ex, ma sul comune riconoscersi come
“democratici”.
Ho chiesto a Giorgio Tonini e ad Annamaria Parente di organizzare una
scuola di formazione nel Mezzogiorno, per una nuova leva di
amministratori, per i giovani, che abbia al centro i temi della
legalità. E ho chiesto a Roberto Saviano, che ha accettato, di prendere
parte a questo nostro progetto. Sono segni di speranza, che dobbiamo
incoraggiare. E dai quali dobbiamo attingere energie.
Il malcostume e la degenerazione politica sono stati alimentati in
questi anni più per la debolezza dei partiti che per la l
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