l'attività dei circoli
Premessa
La situazione universitaria italiana si è fatta incandescente. I pesantissimi tagli finanziari, il blocco quasi totale del turn over, la spinta verso la trasformazione delle università pubbliche in fondazioni di diritto privato alimentano forti proteste. In effetti questi primi provvedimenti governativi sono profondamente deleteri.
I tagli finanziari impediranno dal 2010 il pagamento degli stipendi ai
dipendenti. Il blocco del turn over significa chiudere la porta in
faccia a migliaia di giovani, i più preparati, che vorrebbero dedicarsi
alla ricerca e alla didattica nelle università e che spesso hanno già
trascorso un lungo periodo di esperienza nella ricerca di punta. La
privatizzazione delle università presenta pericoli sociali e culturali
senza garanzie di vero miglioramento e porterebbe l’Italia fuori dalla
tradizione europea e dagli impegni sottoscritti a livello
internazionale che definiscono la formazione e la ricerca universitarie
beni pubblici e pubbliche responsabilità.
Il Partito Democratico si è opposto a questi provvedimenti e continuerà
la sua opposizione in Parlamento e nel Paese cercando di ottenerne
sostanziali modifiche. Ma non intende sottrarsi alla responsabilità
politica di preparare e sostenere le proprie proposte alternative per
costruire l’università del nuovo secolo, curandone i mali attuali entro
una visione strategica e coerente.
Introduzione
In questo autunno 2008 ci si potrebbe chiedere se l’università italiana
abbia ancora un futuro. Infatti una grave crisi finanziaria strutturale
attanaglia da anni il sistema universitario, come testimoniano i
confronti statistici internazionali più accreditati. Tra i Paesi
europei dell’OCSE l’Italia è ultima per investimenti nell’università,
sia rispetto al PIL che rispetto alla spesa pubblica nazionale. E’
ultima anche per percentuale di laureati nella classe d’età 25-64,
nonché per investimenti per ricerca rispetto al PIL.
Il sistema universitario attraversa inoltre una profonda crisi di
credibilità. Sotto attacco da parte dei mezzi di comunicazione a causa
delle tante disfunzioni e soprattutto degli scandali concorsuali, ha
perso il consenso di una parte notevole dell’opinione pubblica. Ciò
rende più difficile la ripresa degli investimenti pubblici e privati
nelle università.
D’altra parte è impensabile che un Paese che fa parte pienamente
dell’economia della conoscenza e vuole continuare a farne parte rinunci
alla sua università. Della società della conoscenza l’università
rappresenta infatti lo snodo cruciale in quanto vi si incontrano l’alta
formazione dei giovani e l’innovazione guidata dalla ricerca, cioè i
due fattori primari – produzione e diffusione – della conoscenza.
La terapia proposta dal governo è chiara: ridurre ulteriormente e
drasticamente sia i finanziamenti statali che il personale e spingere
gli atenei ad una auto-privatizzazione mediante la trasformazione in
fondazioni. L’illusione è che il cavallo affamato (e privatizzato)
ricominci a galoppare.
Il Partito Democratico non condivide affatto la terapia governativa,
anzi teme che essa possa aggravare la malattia trasformando il futuro
dell’università nella cronaca di una morte annunciata. Vuole invece
proporre una terapia alternativa fatta di proposte concrete, cercando
il consenso di tutti coloro che tengono all’università e non vogliono
che essa muoia, anzi pensano che oggi l’Italia abbia più e non meno
bisogno di università, di formazione superiore, di ricerca e di
innovazione in tutti i campi.
Le nostre proposte sono volte al futuro, immediato e soprattutto di
lungo termine. Servono provvedimenti organici e coraggiosamente
innovativi, avendo ben chiara in mente l’università di cui l’Italia
avrà bisogno tra dieci o venti anni, quella, per intendersi, i cui
professori di riferimento saranno gli attuali giovani ricercatori, di
ruolo o precari che siano.
Non si parte da zero, naturalmente. Molto lavoro fu fatto negli anni
2002-2006, in particolare nella preparazione del programma elettorale
per le politiche del 2006, raccogliendo un notevole consenso in seno al
mondo universitario. Da quelle idee, speranze, promesse conviene
ripartire con fiducia e audacia, facendo tesoro dell’esperienza
insoddisfacente dei venti mesi di governo tra il 2006 e il 2008.
La politica dei tagli, dei segni meno, deve essere rimpiazzata da quella dei segni più.
All’università italiana servono più autonomia responsabile in un quadro
di regole semplici e chiare, più valutazione e riconoscimento del
merito degli studenti, dei docenti e delle istituzioni, più spazio ai
giovani e alla ricerca libera, più internazionalizzazione della
ricerca, dei docenti, degli studenti e dei modi di funzionamento, più
attenzione all’equità sociale e infine, come conseguenza e non come
condizione, più investimenti pubblici e privati.
Solo così gli atenei italiani potranno competere ad armi pari nella
società globalizzata della conoscenza, attraendo ricerche e studenti da
tutto il mondo e non solo esportando i nostri migliori talenti. Solo
così le università potranno veramente costituire i centri della
conoscenza e i motori dell’innovazione dei loro territori. Solo così il
Paese potrà tornare ad esprimere fiducia nella sua università.
Dieci proposte
Proposta n. 1
Concorsi più rapidi, più meritocratici, più internazionali, con meno nepotismi, localismi e lobbismi disciplinari.
Occorre innanzitutto distinguere tra concorsi per reclutare e concorsi per promuovere.
Per reclutare in un’università un nuovo docente (di prima, seconda o
terza fascia) la scelta è fatta da una commissione nominata dagli
organi di governo dell’ateneo che valuta i curricula dei candidati
tenendo conto dei giudizi valutativi espressi in modo indipendente da
esperti italiani e stranieri, nonché di un eventuale seminario pubblico
tenuto dal candidato sulle proprie ricerche. Deve essere esclusa ogni
forma di idoneità. Le regole concorsuali devono facilitare la
partecipazione ai candidati, da dovunque provengano.
Per promuovere un docente da una fascia a quella immediatamente
superiore la valutazione è effettuata dall’università di appartenenza
previo conseguimento da parte dei candidati di un’abilitazione alla
docenza nella fascia superiore rilasciata da una commissione nazionale.
La commissione nazionale siede in permanenza per un triennio e rilascia
l’abilitazione sulla base del curriculum dell’interessato e di criteri
qualitativi e quantitativi approvati preventivamente e validi per
l’intero triennio.
In ambedue i casi sono valutabili esclusivamente i lavori scientifici pubblicati dai candidati nell’ultimo quinquennio.
Occorre ridurre fortemente, adeguandolo agli standard europei, lo
schema dei settori scientifico-disciplinari ai fini concorsuali che è
diventato una gabbia culturale e l’occasione di lobbismi accademici
microsettoriali.
Per incentivare la mobilità dei docenti tra gli atenei, ogni università
dovrebbe poter promuovere i suoi professori solo in una proporzione
prefissata dei reclutamenti esterni effettuati.
Proposta n. 2
Valutare le università per rimanere in Europa.
Attivare al più presto l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema
universitario e della ricerca (ANVUR). La nomina del suo organo
direttivo deve essere affidata a comitati di selezione internazionali,
formati da esperti dei sistemi universitari, in modo da svincolare
l’Agenzia dalle alterne vicende politiche.
L’attivazione di un’Agenzia nazionale e indipendente permetterà di
inserire a pieno titolo l’Italia nella rete europea già costituita
delle agenzie nazionali di valutazione.
Proposta n. 3
Finanziare le università in base al merito.
Tutti i finanziamenti statali alle università (fondo ordinario,
edilizia, dottorato, internaziona¬lizzazione, piani di sviluppo, etc.)
dovrebbero essere unificati in un solo capitolo di spesa da ripartire
in tre quote.
La prima è il finanziamento ordinario calcolato per ogni ateneo sulla
base dei costi standard per la didattica (per studente) e per la
ricerca (per docente), con parametri prefissati e relativamente stabili
nel tempo.
La seconda, assegnata su base annuale o biennale, costituisce la parte
premiale della qualità dei risultati ottenuti dalle università e
certificati dall’Agenzia nazionale di valutazione.
La terza è assegnata come cofinanziamento statale pluriennale a
specifici obiettivi di sviluppo (nuove infrastrutture, nuove linee di
ricerca, miglioramento della qualità, riequilibrio tra territori, etc.)
concordati tra ateneo, Ministero e Regione.
A puro titolo indicativo, la prima quota (finanziamento ordinario)
potrebbe essere il 70% del totale, la seconda (incentivi alla qualità)
il 20%, la terza (cofinanziamento allo sviluppo) il 10%.
Proposta n. 4
Finanziare la ricerca con procedure trasparenti e internazionali.
Imitando gli esempi presenti in molti altri Paesi, è opportuno
costituire un’Agenzia nazionale indipendente per il finanziamento della
ricerca pubblica, cui affidare l’assegnazione di tutti i finanziamenti
statali destinati ai progetti di ricerca delle università e degli enti
pubblici di ricerca, in particolare quelli liberamente proposti in
tutti i campi da gruppi di ricercatori. La nuova agenzia opererebbe
valutazioni ex ante, mentre l’ANVUR valuta ex post.
L’assegnazione ai progetti di ricerca più meritevoli è fatta sulla base
di bandi pubblici, di metodologie internazionali di valutazione e di
procedure valutative trasparenti, svolte anche in collaborazione con
organismi sovranazionali specializzati (ad esempio l’European Research
Council).
Proposta n. 5
Governance universitaria più responsabile, efficace ed efficiente.
Il modello di governo di ciascuna università deve essere lasciato il
più possibile alle scelte statutarie autonome dell’ateneo, salvo poche
regole di legge comuni per tutte le università come le seguenti.
• Le università devono essere governate dal rettore, dal consiglio
di amministrazione e dal senato accademico, con una forte distinzione
delle funzioni.
• Il rettore ha tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione.
• Il consiglio di amministrazione, presieduto dal rettore, delibera tutte le scelte gestionali dell’università.
• Il senato accademico svolge tutte le funzioni di indirizzo
culturale, di garanzia e di controllo, delibera lo statuto e tutti i
regolamenti.
• Il rettore è elettivo.
• Il consiglio di amministrazione è formato su proposta del rettore
(senza meccanismi elettivi dei suoi componenti) approvata dal senato
accademico.
• Il senato accademico è interamente elettivo.
Per quanto riguarda la strutturazione interna di un’università
(facoltà, dipartimenti, corsi di studio, etc.), questa è interamente
lasciata alle scelte statutarie autonome dell’ateneo, eliminando anche
i riferimenti di legge ad organi interni. La legge si limita a fissare
principi di buona organizzazione cui gli statuti devono ispirarsi.
Un principio potrebbe essere quello che lo statuto fissi un unico
livello di articolazione interna di un’università, che si chiami
facoltà o dipartimento o in altro modo, eventualmente con soluzioni
diverse per ambiti disciplinari diversi. A questo livello è garantita
ad ogni docente la partecipazione al processo decisionale sia per la
didattica che per la ricerca, ridando quindi unitarietà ai due compiti
accademici fondamentali.
Alle singole iniziative, come ad esempio i corsi di studio, lo statuto
garantisce poi la massima flessibilità organizzativa in base alla
volontà dei docenti interessati e al principio di sussidiarietà
verticale, secondo il quale ogni decisione deve essere assunta allo
stesso livello organizzativo in cui la decisione medesima opererà,
riducendo al massimo le piramidi procedimentali di pareri consultivi a
cascata.
Proposta n. 6
Valutare periodicamente i risultati del lavoro ed incentivare i migliori.
Il corpo docente delle università è articolato in tre fasce,
differenziate per qualità ed esperienza crescenti nella ricerca e nella
didattica. In ciascuna università i professori in servizio in una
fascia dovrebbero essere in numero maggiore di quelli in servizio nella
fascia immediatamente superiore.
Fissato in una legge il principio irrinunciabile della libertà
didattica e di ricerca di ciascun docente universitario, i regolamenti
di ateneo stabiliscono i compiti didattici minimi, anche
differenziandone le tipologie a seconda delle discipline. Gli organi
collegiali delle strutture universitarie attribuiscono i compiti
didattici e gestionali a ciascun docente, anche su base pluriennale,
garantendo un’equilibrata ripartizione dei carichi di lavoro e
dell’impegno nel lavoro di ricerca.
Dovranno essere possibili due tipologie di rapporto di lavoro: full
time o part time, senza distinzione di stato giuridico. Nel primo caso
i docenti si impegnano a svolgere tutta la loro attività lavorativa,
compresa l’eventuale attività professionale, all’interno dell’ateneo.
Nel secondo caso contrattano con l’ateneo la quota di presenza nelle
strutture universitarie e sono retribuiti in modo proporzionale a
questa. In ambedue i casi i regolamenti prevedono una presenza oraria
minima (senza orario di lavoro) con adeguati meccanismi di controllo.
Il rapporto di lavoro in ciascuna fascia inizierebbe a tempo
determinato e sarebbe trasformato a tempo indeterminato solo a seguito
di una valutazione della qualità e quantità del lavoro svolto
dall’interessato. Il lavoro scientifico e didattico di ciascun
professore sarebbe comunque valutato periodicamente lungo tutta la
carriera e dall’esito positivo della valutazione dipenderanno gli
incrementi stipendiali.
Proposta n. 7
Più giovani professori e meno lunghi precariati.
In attesa di ripristinare il normale turn over dei docenti e dei
tecnici-amministrativi cancellando l’attuale blocco quasi totale,
devono essere subito esclusi dal blocco i reclutamenti di ricercatori
(professori di terza fascia).
Va confermato per il 2009 e potenziato negli anni successivi il
reclutamento straordinario previsto dal Governo Prodi per dare spazio a
tanti brillanti giovani ricercatori precari che attendono di misurarsi
in concorsi seri per continuare a lavorare nelle università.
Occorre modificare la normativa degli assegni di ricerca in modo da
renderli dei veri posti di lavoro a tempo determinato nella ricerca
post-dottorato per un minimo di tre anni e un massimo di sei,
costituendolo nei fatti come il canale di formazione del
docente/ricercatore.
Un certo numero di assegni di ricerca, comprensivi del finanziamento
per la ricerca, dovrebbero essere banditi direttamente dal Ministero
con commissioni internazionali, lasciando che siano i vincitori a
scegliere l’università o l’ente pubblico di ricerca dove svolgere il
loro progetto di ricerca sull’esempio degli IDEAS - Starting Grants
dell’European Research Council.
Proposta n. 8
Innalzare la qualità dei dottorati di ricerca per innalzare la qualità delle università.
E’ opportuno lasciare agli atenei il massimo di autonomia
nell’organizzazione dei dottorati di ricerca, normalmente in scuole di
dottorato, rendendo obbligatorio un numero minimo di borse di studio
bandite ogni anno per ciascuna scuola di dottorato e un numero minimo
di docenti attivi nella ricerca che vi si impegnano e ne assumono la
responsabilità scientifica.
Va attivato subito un meccanismo di accreditamento scientifico (ex
post) delle scuole di dottorato come uno dei primi compiti importanti
dell’ANVUR.
In attuazione della Costituzione devono essere introdotte forme di
diritto allo studio per il dottorato di ricerca che è il terzo e ultimo
livello degli studi universitari.
Proposta n. 9
Studenti protagonisti. Incentivare la mobilità degli studenti in Italia e in Europa.
E’ giusto garantire la borsa di studio a tutti gli studenti che abbiano
conseguito l’idoneità alla borsa per ragioni di alto merito personale e
basso reddito familiare.
E’ anche opportuno aprire un canale di borse di studio assegnate
anticipatamente e direttamente dallo Stato, di cui gli studenti
vincitori possano fruire in qualunque università italiana, ripensando
ed adeguando la normativa nazionale sul diritto allo studio.
Occorre sostenere finanziariamente gli studenti che utilizzano il
programma ERASMUS per periodi significativi, spingendo in prospettiva
tutti gli studenti universitari italiani a trascorrere un periodo di
studio in un altro Paese europeo.
Sarebbe importante concludere l’iter della Carta dei diritti e doveri
degli studenti universitari e introdurre specifici diritti di
cittadinanza degli studenti universitari fuori sede.
E’ necessario rifinanziare il programma della Legge 338/00 per
costruire residenze universitarie adatte ad ospitare non solo gli
studenti con le borse del diritto allo studio ma anche gli studenti più
meritevoli e quelli stranieri. L’internazionalizzazione delle
università passa anche dalla presenza in Italia di molti studenti
stranieri.
Va ripensato tutto il problema dei criteri di accesso all’università, in particolare per i corsi di laurea a numero programmato.
Proposta n. 10
Più finanziamenti pubblici al sistema universitario e par condicio tra le università.
E’ velleitario pensare di competere in Europa e nel mondo definanziando
le università. Le università devono accettare di riformarsi
profondamente ma devono essere messe in condizioni finanziarie almeno
pari alla media degli altri Paesi europei, ad esempio portando in
cinque anni la spesa pubblica per l’università alla media OCSE (2,8%).
Per favorire le donazioni liberali alle università (che vuol dire in
particolare donazioni alla ricerca cui molti cittadini italiani
appaiono propensi) il regime fiscale che incentiva il donatore non può
dipendere dalla forma giuridica dell’istituzione che riceve la
donazione ma solamente dalla sua natura e quindi deve valere
indistintamente per tutte le università.
28/10/2008


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