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l'attività dei circoli



07-11-2008
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Regolare il Voto Usa, inizia la sfida di Obama (di Pierluigi Mantini)

Sally ha solo quindici anni ma è, con molte sue coetanee, in un angolo della grande 89^ strada che attraversa il New Hampshire, tra i colori sfumati dei boschi d’autunno, e quelli assai più forti dei suoi cartelli per Obama President.

Ad ogni stop, ad ogni fila di macchine che si forma ai semafori, salta, grida, agita i cartelli nel supermartedì del voto.

Li ho incontrati di persona, a Manchester, a Concord, ad Hamilton, nei paesini del New Hampshire dove ero in missione per l’OSCE, ma li avevo conosciuti qualche settimana fa anche a Washington, magari un po’ più grandi e già impegnati nello studio serio e nel lavoro, ma sono sempre loro, i giovani, i giovani per Obama, quelli che hanno cambiato il trend nei mesi scorsi e hanno trascinato alla vittoria.

È difficile dire perché, in modo così netto, i giovani abbiano determinato e guidato lo straordinario successo di Barak Obama, il nuovo presidente degli Stati Uniti.

Ci sono state molte analisi a riguardo ma a me piace credere alla favola, quella che narra il sorriso di Obama al mondo inquieto, quella della politica democratica che torna a parlare di diritti sociali, di pace e di sicurezza, di un futuro plurale e non solo individuale, del riscatto di chi ha la pelle nera ed è figlio di immigrati.

I problemi restano ma se ne va via l’immagine vecchia dell’America, quella delle guerre unilaterali, della finanza senza regole, delle lobbies dei petrolieri, degli affari senza diritti.

È chiaro che gli Stati Uniti restano un Paese di combattenti, dove la vita è fatta di competizioni e ci sarà ancora da combattere per superare la crisi e cambiare le regole internazionali.

Ma ora è cambiata la missione e milioni di americani tornano a credere in un futuro migliore. Dopo il “vuoto americano” del recente periodo l’America è tornata.

Nel primo discorso di ringraziamento a Chicago, tra la folla dei sostenitori in tripudio, Obama ha ripetuto più volte il suo “yes, we can” ma è chiaro che gli americani che lo ascoltavano hanno capito “yes, we must”. Era il presidente, non più solo il candidato, a parlare.

C’è un dovere da compiere, per cui lottare duramente, e questa nuova missione piace alla larga maggioranza degli americani.

Tutti i titoli del giorno dopo lo confermano. “Obama challenges head, the transition begin” mentre Bush promette una transizione liscia (smooth), Colin Powell è arcicontento della vittoria di Obama e invita gli americani all’unità e addirittura Condoleezza Rice si dichiara “proud”, orgogliosa, dell’elezione di Obama che considera uno “straordinario passo in avanti”.

Intanto tutti segnalano le “global expectations” perchè, come titola a lungo la CNN, l’elezione di Obama è un “dream for whole world”.

Intanto anche noi dell’OSCE abbiamo concluso il nostro rapporto generale sulle elezioni americane.

Certo in Florida e in diversi Stati del Sud è stato persino negato l’accesso ai seggi agli osservatori OSCE e indubbiamente in altri Paesi non sarebbe considerato normale che il presidente del seggio (moderator) passi il tempo con le mani nell’urna aperta oppure che, nello spazio tra la cabina e la scan machine che “introita” la scheda, di fatto il voto sia leggibile da tutta la fila e dunque non sia segreto.

E altro si può osservare in un sistema elettorale che si basa sull’assenza di un’anagrafe certa dei votanti (regolata da Stato a Stato) e sulla precarietà dei documenti di identità.

Ma non ci sono state contestazioni importanti, il sistema piace, il bipartitismo aiuta il controllo reciproco, c’è fiducia, e la vittoria di Obama è stata assai larga.

Ci sarà tempo anche per migliorare gli standard delle elezioni in America, ora c’è fretta di iniziare a cambiare il mondo.