l'attività dei circoli
Sally ha solo quindici anni ma è, con molte sue coetanee, in un angolo della grande 89^ strada che attraversa il New Hampshire, tra i colori sfumati dei boschi d’autunno, e quelli assai più forti dei suoi cartelli per Obama President.
Ad ogni stop, ad ogni fila di macchine che si forma ai semafori, salta, grida, agita i cartelli nel supermartedì del voto.
Li ho incontrati di persona, a Manchester, a Concord, ad Hamilton, nei
paesini del New Hampshire dove ero in missione per l’OSCE, ma li avevo
conosciuti qualche settimana fa anche a Washington, magari un po’ più
grandi e già impegnati nello studio serio e nel lavoro, ma sono sempre
loro, i giovani, i giovani per Obama, quelli che hanno cambiato il
trend nei mesi scorsi e hanno trascinato alla vittoria.
È difficile dire perché, in modo così netto, i giovani abbiano
determinato e guidato lo straordinario successo di Barak Obama, il
nuovo presidente degli Stati Uniti.
Ci sono state molte analisi a riguardo ma a me piace credere alla
favola, quella che narra il sorriso di Obama al mondo inquieto, quella
della politica democratica che torna a parlare di diritti sociali, di
pace e di sicurezza, di un futuro plurale e non solo individuale, del
riscatto di chi ha la pelle nera ed è figlio di immigrati.
I problemi restano ma se ne va via l’immagine vecchia dell’America,
quella delle guerre unilaterali, della finanza senza regole, delle
lobbies dei petrolieri, degli affari senza diritti.
È chiaro che gli Stati Uniti restano un Paese di combattenti, dove la
vita è fatta di competizioni e ci sarà ancora da combattere per
superare la crisi e cambiare le regole internazionali.
Ma ora è cambiata la missione e milioni di americani tornano a credere
in un futuro migliore. Dopo il “vuoto americano” del recente periodo
l’America è tornata.
Nel primo discorso di ringraziamento a Chicago, tra la folla dei
sostenitori in tripudio, Obama ha ripetuto più volte il suo “yes, we
can” ma è chiaro che gli americani che lo ascoltavano hanno capito
“yes, we must”. Era il presidente, non più solo il candidato, a parlare.
C’è un dovere da compiere, per cui lottare duramente, e questa nuova missione piace alla larga maggioranza degli americani.
Tutti i titoli del giorno dopo lo confermano. “Obama challenges head,
the transition begin” mentre Bush promette una transizione liscia
(smooth), Colin Powell è arcicontento della vittoria di Obama e invita
gli americani all’unità e addirittura Condoleezza Rice si dichiara
“proud”, orgogliosa, dell’elezione di Obama che considera uno
“straordinario passo in avanti”.
Intanto tutti segnalano le “global expectations” perchè, come titola a
lungo la CNN, l’elezione di Obama è un “dream for whole world”.
Intanto anche noi dell’OSCE abbiamo concluso il nostro rapporto generale sulle elezioni americane.
Certo in Florida e in diversi Stati del Sud è stato persino negato
l’accesso ai seggi agli osservatori OSCE e indubbiamente in altri Paesi
non sarebbe considerato normale che il presidente del seggio
(moderator) passi il tempo con le mani nell’urna aperta oppure che,
nello spazio tra la cabina e la scan machine che “introita” la scheda,
di fatto il voto sia leggibile da tutta la fila e dunque non sia
segreto.
E altro si può osservare in un sistema elettorale che si basa
sull’assenza di un’anagrafe certa dei votanti (regolata da Stato a
Stato) e sulla precarietà dei documenti di identità.
Ma non ci sono state contestazioni importanti, il sistema piace, il
bipartitismo aiuta il controllo reciproco, c’è fiducia, e la vittoria
di Obama è stata assai larga.
Ci sarà tempo anche per migliorare gli standard delle elezioni in America, ora c’è fretta di iniziare a cambiare il mondo.


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