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Lo scontro frontale tra governo e opposizione non giova al Paese in una fase straordinaria di crisi finanziaria ed economica dalle incerte prospettive.
Tutti farebbero bene ad abbassare i toni ma certo non è normale che il capo del governo consideri irrilevante il ruolo dell’opposizione per il Paese e non provi neppure a prendere in considerazione le proposte del Partito Democratico in una fase che dovrebbe essere segnata dal massimo di convergenza e di unità.
Il PD ha già annunciato il pacchetto emendativo su cui si batterà in Parlamento affinché la politica economica del nostro paese intervenga sulle più grandi emergenze che la crisi finanziaria sta trasmettendo all’economia reale: detrazioni fiscali per le famiglie, a partire dalle tredicesime di dicembre; estensione dei meccanismi di protezione sociale a sostegno delle persone che rischiano la perdita del lavoro; estensione dei meccanismi di garanzia del credito per le piccole e medie imprese; una nuova politica delle infrastrutture di livello europeo, finanziata dal bilancio dell’Unione con l’emissione di eurobond.
Ma occorre anche rilevare, ad onor del vero, che il PD ha elaborato precise proposte e appositi emendamenti anche sui meccanismi introdotti nei decreti che permettono, sulla scorta di decisioni europee, l’intervento dello Stato nell’azionariato delle banche e nel mercato inter-bancario.
Le proposte in sostanza sono le seguenti: 1) che l’intervento dello Stato nell’azionariato delle banche sia limitato ai casi estremi di insolvenza o di gravissima crisi di liquidità; 2) che in tutti gli altri casi, su proposta della Banca d’Italia, l’ intervento assuma la forma dell’acquisto di obbligazioni, anche convertibili, che siano tali da rafforzare il patrimonio delle banche e i loro coefficienti patrimoniali; 3) che la valutazione dell’adeguatezza patrimoniale delle banche, effettuata dalla Banca d’Italia, tenga conto dei flussi di credito erogati, soprattutto alle PMI, al confronto con analoghe fasi cicliche; 4) che a fronte dell’aiuto, l’istituto bancario venga impegnato: al mantenimento dei flussi di credito erogati, in particolare alle PMI; al riavvicinamento dei tassi variabili utilizzati per i mutui casa verso il livello dei tassi applicati dalla BCE al rifinanziamento delle banche anziché all’Euribor; alla modifica degli schemi di remunerazione del management, escludendo nel primo anno successivo all’aiuto da parte dello Stato il pagamento di parti variabili della retribuzione; 5) che i decreti di attuazione dell’intero intervento a sostegno delle banche siano assoggettati a parere da parte della Banca d’Italia e del Parlamento; 6) che in materia di OPA e di Fondi Sovrani l’Italia assuma, nel suo apparato normativo, i criteri derivanti dalle esistenti direttive europee, dalle raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale e da quelle dell’ OCSE, predisponendo gli strumenti atti a regolamentare con più efficacia questi fenomeni, ma senza cadere in un eccesso di intervento protezionistico che rischierebbe di allontanare dal nostro sistema nuovi potenziali investitori.
Sono proposte ragionevoli, che possono anche non essere condivise dalla maggioranza, ma che tuttavia non possono non essere prese in considerazione.
È stata fatta una maxi finanziaria triennale da Tremonti, che si è compiaciuto di averla discussa per soli 9 minuti, prima dell’estate, nel consiglio dei ministri.
Poi più nulla, perché in parlamento tutto si è svolto con il micidiale meccanismo antidemocratico del decreto associato al voto di fiducia.
Così è stata approvata una manovra di tagli per 34 miliardi.
Ora il presidente della Camera Gianfranco Fini, che si dimostra comprensibilmente più attento alle prerogative del parlamento, ha fatto una parziale apertura affinché ci sia un po’ più di spazio, nella commissione bilancio, per discutere la finanziaria 2009.
È un segnale tenue ma positivo che andrebbe valorizzato perché i tempi sono difficili, le soluzioni anche e sarebbe bene che vi fosse il più ampio concorso nell’interesse del Paese.


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