l'attività dei circoli
Le giravolte del premier, che invita la polizia ad intervenire nelle scuole e convoca il ministro dell’interno Maroni per impartire direttive e poi, sconfessato anche dagli alleati di governo, prova a smentire se stesso, sono un esempio di carenza di leadership dinanzi alla prima vera prova di opposizione sociale dall’inizio della legislatura....
Il rischio di radicalizzare lo scontro e la conflittualità è evidente ed è confermato dal prevedibile aumento delle occupazioni.
E’ difficile ritenere che tale effetto non sia stato messo in conto e dunque voluto.
Se così stanno le cose l’alternativa è tra irresponsabile provocazione e incapacità di governo.
Ridurre l’opposizione ad una pesante manovra di tagli ad una questione di ordine pubblico vuol dire fomentare il disordine e l’estremismo. L’esatto contrario di ciò che è necessario.
Quasi tutti i commentatori e gli stessi giudizi politici convengono su questo punto.
Eppure il governo dovrà chiarire con serietà e precisione, dinanzi al parlamento, sulla base di un’interrogazione firmata da moltissimi deputati, quali criteri e direttive intende adottare circa l’uso della forza pubblica nei riguardi delle manifestazioni in corso nelle scuole e in molte città italiane.
Ricapitoliamo. Sono in corso in questi giorni numerose manifestazioni di protesta, sull’intero territorio nazionale, nei confronti della cd. “riforma Gelmini”, e dei pesanti e gravi tagli di risorse per la scuola e l’università (meno 8 miliardi e meno 10 per cento di bilancio), iniziative e manifestazioni che vedono un’ampia presenza non solo di studenti ma anche di docenti e genitori.
Su questi temi si è espresso autorevolmente il Capo dello Stato per ricordare il fondamentale ruolo della scuola e della ricerca per il futuro del Paese e delle nuove generazioni e la necessità che il confronto sulle riforme utili, anche sul versante della opportuna riduzione degli sprechi e della razionalizzazione della spesa pubblica, avvenga in parlamento e nella società in un clima costruttivo.
Sul piano parlamentare il confronto e il dialogo emendativo sono stati impediti dal ricorso, da parte del governo, alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia su temi che avrebbero invece meritato una ben più ampia condivisione.
Le manifestazioni in atto in questi giorni in molte città italiane, per quanto vivaci, hanno però mantenuto caratteri di civiltà ed è fondamentale, per il sistema democratico, che vi sia da parte dello Stato e delle forze dell’ordine un atteggiamento prudente e tollerante nei confronti delle diverse forme di espressione della protesta al fine di non inasprire e degenerare la conflittualità, nell’interesse della tutela della legalità e dei diritti fondamentali dei cittadini.
Non sembrano inquadrarsi in questo principio di prudente ed efficiente condotta i tafferugli avvenuti a Milano il giorno 21 ottobre, nei pressi della stazione Cadorna, con cariche delle forze dell’ordine nei riguardi del corteo degli studenti, che hanno provocato sei feriti, poiché, a quanto è dato sapere, l’azione delle forze di polizia, con ampio ricorso all’uso della forza, si è svolta in modo preventivo ossia nel presupposto dell’intenzione di un’occupazione simbolica dei binari ferroviari da parte degli studenti.
Orbene non è in discussione che le manifestazioni debbano svolgersi nel rispetto della legalità e dei diritti di tutti i cittadini e che le violazioni della legge siano sanzionate secondo le norme vigenti ma l’uso preventivo della forza pubblica deve essere riservato solo a fatti di sicura gravità sul piano criminale e non può essere ricondotto ad un processo alle intenzioni e ad un uso sproporzionato della forza.
In altri termini se c’è un occupazione simbolica di binari ferroviari, con un’interruzione di pubblico servizio, ben potranno essere denunciati i responsabili per eventuali reati che compete alla magistratura accertare, ma non si può procedere con cariche e manganelli in via preventiva.
Il problema della legalità delle forme di protesta c’è eccome, ma non si affronta come fa Berlusconi.
Intanto circolano molti testi sulle mailing list degli studenti e dei docenti.
Una delle letture più gradite inizia così: “facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza.
Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.
C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private” (Pietro Calamandrei “In difesa della scuola pubblica”, 11 febbraio 1950).
Un discorso importante, non certo privo di fondamento.
Ma, per un più sereno e costruttivo confronto, sarebbe anche utile la lettura di qualche pagina del brillante libro di Giovanni Floris, dedicato alla scuola italiana, dall’eloquente titolo “La fabbrica degli ignoranti” (Rizzoli, 2008).
Nel clima di scontro aizzato dal premier si potrà mai arrivare a tanto?
di Pierluigi Mantini


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